Napolitano, Ciampi e Spadolini. Ecco le loro mosse dietro le quinte della Trattativa

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Napolitano, Ciampi e Spadolini. Ecco le loro mosse dietro le quinte della Trattativa
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La trattativa Stato-mafia dopo la strage di Capaci gestita dagli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno ci fu

. Serviva a evitare altre mattanze ma non è reato. La sentenza della corte d'Appello di Palermo fa carta straccia di tutte le illazioni su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri fantomatici registi di un accordo tra i clan e lo Stato a fini elettorali, in realtà strumentalmente utilizzati per depistare l'attenzione dai veri responsabili. Ma quella sanguinosa pagina di storia resta una ferita purulenta.

E che dire di Carlo Azeglio Ciampi? Dagli appunti sulle sue agende dal 28 aprile 1993 al 10 maggio 1994, agli atti del processo sulla Trattativa e desecretate nel 2016, l'ex governatore di Bankitalia annotò il pressing di Scalfaro nella nomina al Dap di Adalberto Capriotti anziché del «duro» Giuseppe Falcone. E proprio per ammorbidire la politica carceraria, una delle richieste del leggendario «papello».

Tutto regolare? Non proprio. È con le stragi di Roma e Milano del 27 luglio 1993 che la situazione sembrò precipitare, con il famoso black out di Palazzo Chigi e i timori di un golpe, con un caotico Comitato nazionale per la sicurezza riunito nottetempo che fece emergere l'inadeguatezza degli apparati alla sfida lanciata da Cosa nostra.

E se è vero che la sentenza scagiona l'ex capo dello Stato Scalfaro è altrettanto vero che la morte del giudice Falcone sbloccò l'impasse al Colle, liberando il posto di presidente della Camera per Giorgio Napolitano, che sarebbe diventato anche il primo ex comunista al Viminale dopo essere stato il primo comunista europeo ad andare negli States e il ministro degli Esteri ombra del Pci dal 1975 eppure risparmiato da Mani Pulite.

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