La vulvodinia è una sindrome cronica dolorosa e invalidante. Come altre patologie del corpo femminile, non è riconosciuta dal servizio sanitario ed è poco studiata. Una diagnosi richiede anni. L'articolo di Sarah Barberis per l'Essenziale. essenziale_it
Il presidio del movimento Non una di meno per il riconoscimento della vulvodinia e delle altre patologie femminili croniche e invalidanti a Roma, il 23 ottobre 2021.Secondo un articolo pubblicato su Nature ne soffre il dieci per cento della popolazione di sesso femminile, in particolare tra i 20 e i 40 anni. Eppure questa potrebbe essere la prima volta che leggete la parola vulvodinia.
A quel punto si tocca il fondo: non solo non ci sono cure, non esiste neanche la malattia: “È tutto nella tua testa”. “Un medico arrivò a dirmi che avevo una relazione disfunzionale con il mio partner”, racconta Chiara. “Se lo avessi amato davvero non avrei provato dolore”. Un’affermazione che riflette il pregiudizio culturale secondo il quale una donna deve sopportare ogni dolore, dal crampo mestruale al dolore di una sessualità insoddisfacente, fino, ovviamente, al parto.
“Ho dovuto accompagnare delle pazienti al divorzio perché il partner non riusciva a reggere il peso della malattia”, racconta la psicoterapeuta Federica Zanardo. “C’è chi deve rinunciare a un lavoro, a un matrimonio, a una maternità. Perfino il petting, il semplice baciarsi e accarezzarsi, può provocare scosse e contratture, senza contare l’ansia che precede il rapporto”.
“Anni di dolore mandano in tilt il sistema nervoso simpatico e il parasimpatico, attivando uno stato di continua allerta. Io aiuto la paziente ad accettare la cronicità del problema e a uscire dal circolo di pensieri ossessivi. Inoltre, molti psicofarmaci abbassano la libido e quando riemerge il desiderio per molte è uno shock: quasi non credono di poter provare piacere. Nella delicata fase di mantenimento ci possono essere sorprese.
“La ricerca si muove, stiamo ottenendo risultati con l’inoculazione di cannabidiolo, la componente non psicogena della cannabis, che ha un’azione marcata sul dolore”, afferma Murina. “Ma bisogna investire di più sulla diagnosi precoce, ci vogliono tempo e soldi. Io faccio ricerca grazie al finanziamento di aziende farmaceutiche che credono in me come professionista, non perché riconoscono la patologia”.
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